Dare fiducia a Hegel e alla sua capacità di dire qualcosa di apprezzabile non si sta rivelando una buona idea. Chi nella storia ci ha provato è stato insultato a suon di vacche nere, quindi avrei dovuto saperlo; ma andiamo con ordine.
Ora, come argomento della mia tesina ho scelto il riso, inteso come strumento della libertà di pensiero e dell'onestà intellettuale contro i dogmi, i fanatismi e i fantasmi della nostra mente. Forse via via che la cosa prende forma ne parlerò più diffusamente; per ora mi interessa Hegel.
Di solito quando parlo di quest'idea alla gente ottengo battute infelici del tipo: "Ma fai la tesina su un cereale?" (almeno siamo in tema, se il titolo è già di per sé un motto di spirito). Invece l'ultima persona con cui mi sono confrontata mi ha risparmiato il facile umorismo e mi ha consigliato di prendere in considerezione anche Hegel. A sentire lui, per Hegel il riso conclude un'epoca: le commedie di Aristofane chiudono la Grecia classica, Sterne e Rossini chiudono gli ultimi strascichi dell'era feudale.
L'idea in realtà non è troppo convincente: mi sembra piuttosto che il riso accompagni un'epoca in tutte le sue fasi, provvedendo costantemente a giudicarla e correggerla, come d'altra parte dovrebbe fare la stessa filosofia (ma questo Hegel, si sa, non poteva accettarlo). Al di là della sua validità, però, mi è sembrata una tesi molto suggestiva, e anche sorprendente rispetto all'idea che normalmente ci si fa del pensiero di Hegel: se fosse vero, il riso sarebbe importante quanto la filosofia, se non di più: dopo che un'epoca si è compiuta, ha preso coscienza di se stessa, è stata spiegata e compagnia bella, il riso sarebbe qualcosa che fa piazza pulita perché si possa ricominciare da capo.
Tutta contenta, mi sono messa al computer e ho pazientemente tentato di rintracciare il brano, cercando la giusta combinazione delle parole chiave. Niente. Internet, che dà un riscontro e una legittimazione anche a quello che non esiste, non accoglie l'idea che Hegel potesse dare importanza al riso. In qualunque modo io selezioni e combini le parole Hegel comicità fine epoca Rossini Aristofane, non trovo quello che cerco.
Pare anzi che le opinioni di Hegel sul riso non si discostino troppo da quello che, prima di ricevere l'illuminante quanto vaga indicazione, mi sarei aspettata da una meretrice della filosofia come lui: la comicità è qualcosa di frivolo, inessenziale, nonché disprezzabile perché si prende gioco di ciò che è buono e nobile (il succo è questo). Come una visione del genere possa conciliarsi con il riso che chiude un'epoca, va oltre le mie capacità di comprensione.
Per cui le possibilità sono due: o la persona con cui ho parlato ha sbagliato filosofo; oppure le reali opinioni di Hegel sulla comicità sono un segreto non divulgabile e gelosamente custodito, e il delatore che me le ha svelate sarà indotto a butarsi giù da una torre.
In attesa di trovare la risposta, mi chiedo se questo sia il primo caso in cui le infinite voci variamente attendibili che popolano la rete si trovano concordi nello smentire un'informazione proveniente dall'esterno (quando di solito accade il contrario), oppure l'ennesima dimostrazione di come a quelle infinite voci sfugga sempre l'essenziale.
Certo è che per arrivare all'informazione che mi interessa questa volta mi devo rivolgere ad altri mezzi.
Guardare il mondo a testa all'ingiù, scoprire le assurdità della vita quotidiana e i particolari ignorati che aprono porte nascoste, senza nessuna pretesa di giudicare ma con tanta voglia di stupirsi
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domenica 1 aprile 2012
domenica 4 marzo 2012
Forme
Scrive Umberto Curi nella Lettura del Corriere della Sera di oggi:
Il modo consapevole e responsabile di porci davanti alla rete è, per ora, un tentativo di applicare le nostre antiche e tradizionali capacità critiche per domare un mondo basato su criteri del tutto diversi: quindi selezionare, valutare, confrontare, arrivare a una sintesi.
Non c'è bisogno di dare un ordine e una gerarchia al caos, ma di convertire una gerarchia, diciamo, debole (informazioni ordinate in base al numero di visualizzazioni) in una forte (informazioni ordinate in base alla completezza e all'attendibilità).
Di fronte all'accattivante semplicità di un mondo in cui basta un gesto della mano per fare qualunque cosa -controllare l'orario del treno è facile come mettere la propria faccia su una dichiarazione o iscriversi a un'associazione cedendo tutti i propri dati-, ci sforziamo di non dimenticare che ogni azione ha il suo peso e si porta dietro le sue responsabilità; verifichiamo, ci informiamo, studiamo le condizioni giuridiche.
Di fronte a un sistema in cui degli sconosciuti usurpano il nome di amici, cerchiamo di non dimenticare il valore delle reazioni faccia a faccia, e di non confonderle con i rapporti virtuali.
Qualunque persona dotata di buon senso e consapevolezza vi dirà che in cose come queste sta la differenza tra usare Internet ed esserne succubi. Ed è vero, almeno in questo momento. Ma col tempo, è probabile che le nostre stesse facoltà si trasformino, adeguandosi al mezzo (che alla fin fine, non dimentichaimolo, è pur sempre un'invenzione umana). In parte, è già successo.
Ad esempio, diminuiscono la pazienza capacità di concentrarsi. Ci è sempre più difficile rapportarci con un testo lungo e complesso -anche cartaceo: vorremmo capire subito, cogliere il nocciolo. Non conta più andare in profondità, ma sapersi rapportare con un gran numero di stimoli immediati, sia che agiscano in parallelo (cerco la definizione di una parola mentre chatto con un amico), sia che entrino in relazione tra di loro (è l'amico ad aver bisogno di quella definizione, per capire il senso di un articolo che sta leggendo).
Questo esempio è stupido perché in tal caso l'amico potrebbe cercarsi la definizione per conto proprio; ma tanto per far capire il senso.
Tutto ciò ha anche degli aspetti positivi: ci rende più reattivi, più pronti a distinguere il fondamentale dal superfluo; ma dall'altra parte ci rende impazienti, meno disponibili all'ascolto.
E ancora: la necessità di memorizzare viene meno, perché tutto è disponibile in ogni momento (vedi, tanto per fare un esempio terra terra, la frustrante funzione di Facebook che segnala i compleanni della gente, cosicché non sai mai chi se ne è ricordato per davvero e chi te li fa perché ha visto l'avviso e scrivere "auguri" sulla bacheca non costa niente).
Insomma, si va in questa direzione, e si si dovesse constatare che le nuove forme mentali funzionano (cioè che ci permettono di condurre la nostra vita in modo soddisfacente, a livello sia individuale che sovraindividuale), le nostre vecchie facoltà critiche, in assenza di una materia a loro adatta, sarebbero destinate ad atrofizzarsi -che ciò sia giusto o no. Per quanto mi riguarda, mi sembra difficile che possa funzionare una società in cui l'attendibilità di un dato è misurata dal suo grado di popolarità, e in cui nessuno ha voglia di leggere un testo più lungo di cinque righe. Ma insomma, staremo a vedere. Alla fin fine, stiamo parlando di un mezzo che un giorno o l'altro potrebbe anche esplodere e farci perdere tutto ciò che gli abbiamo fiduciosamente affidato, costringendoci a ricominciare da capo.
P.S. Mi scuso se questo post è scritto in maniera oscura e cervellotica. L'argomento è complesso, e non è facile trovare la forma adatta a contenerlo. Ecco: anche qui, di nuovo, è tutta una questione di forme. D'altra parte, questa è forse la prima epoca in cui le forme sono più dinamiche dei contenuti. Guardandoci indietro, incontriamo forme fisse, rigide e pesanti che che rimanevano com'erano fino a quando i contenuti nuovi e sempre più dirompenti non le costringevano con la forza a cambiare. Oggi invece, quanto a contenuti continuiamo a nutrirci dei resti del secolo scorso; mentre le forme, come impazzite, esaltate da questa improvvisa leggerezza, cambiano in continuazione.
P.P.S. Se pensate che stia mischiando Marx con Kant in maniera invereconda, e che mi sia avventurata in terreni troppo insidiosi per una mente giovane e inesperta come la mia, avete ragione. Ma per come stanno le cose, chi è che arriva a leggere questo post fino in fondo? Siamo seri.
E' possibile ancora oggi concepire il pensare nei termini in cui è definito da Kant e Heidegger, o l'irrompere di fenomeni del tutto nuovi impone una radicale riformulazione degli stessi strumenti logico-concettuali, mediante i quali si esprime il pensiero? Nel momento in cui tengono campo il digitale e il virtuale, la globalizzazione e il "tempo reale", quali ripercussioni essi possono avere nella ridefinizione dello statuto del pensare? E' compatibile la grammatica delle nuove tecnologie con la sintassi del pensiero tradizionale?E più avanti:
L'universo dei social network e il linguaggio digitale -solo per citare due esempi tra i molti- non sono soltanto oggetti del pensare, ma interferiscono direttamente nel processo di costruzione del pensare, modificandone in maniera tendenzialmente molto incisiva la stessa logica di funzionamento.L'articolo in realtà, dopo aver analizzato in dettaglio cosa si intenda per pensare nella tradizione filosofica, non si sofferma sui modi in cui questo concetto sta cambiando. Animata da propositi suicidi, ho deciso di provarci io. Vediamo.
Il modo consapevole e responsabile di porci davanti alla rete è, per ora, un tentativo di applicare le nostre antiche e tradizionali capacità critiche per domare un mondo basato su criteri del tutto diversi: quindi selezionare, valutare, confrontare, arrivare a una sintesi.
Non c'è bisogno di dare un ordine e una gerarchia al caos, ma di convertire una gerarchia, diciamo, debole (informazioni ordinate in base al numero di visualizzazioni) in una forte (informazioni ordinate in base alla completezza e all'attendibilità).
Di fronte all'accattivante semplicità di un mondo in cui basta un gesto della mano per fare qualunque cosa -controllare l'orario del treno è facile come mettere la propria faccia su una dichiarazione o iscriversi a un'associazione cedendo tutti i propri dati-, ci sforziamo di non dimenticare che ogni azione ha il suo peso e si porta dietro le sue responsabilità; verifichiamo, ci informiamo, studiamo le condizioni giuridiche.
Di fronte a un sistema in cui degli sconosciuti usurpano il nome di amici, cerchiamo di non dimenticare il valore delle reazioni faccia a faccia, e di non confonderle con i rapporti virtuali.
Qualunque persona dotata di buon senso e consapevolezza vi dirà che in cose come queste sta la differenza tra usare Internet ed esserne succubi. Ed è vero, almeno in questo momento. Ma col tempo, è probabile che le nostre stesse facoltà si trasformino, adeguandosi al mezzo (che alla fin fine, non dimentichaimolo, è pur sempre un'invenzione umana). In parte, è già successo.
Ad esempio, diminuiscono la pazienza capacità di concentrarsi. Ci è sempre più difficile rapportarci con un testo lungo e complesso -anche cartaceo: vorremmo capire subito, cogliere il nocciolo. Non conta più andare in profondità, ma sapersi rapportare con un gran numero di stimoli immediati, sia che agiscano in parallelo (cerco la definizione di una parola mentre chatto con un amico), sia che entrino in relazione tra di loro (è l'amico ad aver bisogno di quella definizione, per capire il senso di un articolo che sta leggendo).
Questo esempio è stupido perché in tal caso l'amico potrebbe cercarsi la definizione per conto proprio; ma tanto per far capire il senso.
Tutto ciò ha anche degli aspetti positivi: ci rende più reattivi, più pronti a distinguere il fondamentale dal superfluo; ma dall'altra parte ci rende impazienti, meno disponibili all'ascolto.
E ancora: la necessità di memorizzare viene meno, perché tutto è disponibile in ogni momento (vedi, tanto per fare un esempio terra terra, la frustrante funzione di Facebook che segnala i compleanni della gente, cosicché non sai mai chi se ne è ricordato per davvero e chi te li fa perché ha visto l'avviso e scrivere "auguri" sulla bacheca non costa niente).
Insomma, si va in questa direzione, e si si dovesse constatare che le nuove forme mentali funzionano (cioè che ci permettono di condurre la nostra vita in modo soddisfacente, a livello sia individuale che sovraindividuale), le nostre vecchie facoltà critiche, in assenza di una materia a loro adatta, sarebbero destinate ad atrofizzarsi -che ciò sia giusto o no. Per quanto mi riguarda, mi sembra difficile che possa funzionare una società in cui l'attendibilità di un dato è misurata dal suo grado di popolarità, e in cui nessuno ha voglia di leggere un testo più lungo di cinque righe. Ma insomma, staremo a vedere. Alla fin fine, stiamo parlando di un mezzo che un giorno o l'altro potrebbe anche esplodere e farci perdere tutto ciò che gli abbiamo fiduciosamente affidato, costringendoci a ricominciare da capo.
P.S. Mi scuso se questo post è scritto in maniera oscura e cervellotica. L'argomento è complesso, e non è facile trovare la forma adatta a contenerlo. Ecco: anche qui, di nuovo, è tutta una questione di forme. D'altra parte, questa è forse la prima epoca in cui le forme sono più dinamiche dei contenuti. Guardandoci indietro, incontriamo forme fisse, rigide e pesanti che che rimanevano com'erano fino a quando i contenuti nuovi e sempre più dirompenti non le costringevano con la forza a cambiare. Oggi invece, quanto a contenuti continuiamo a nutrirci dei resti del secolo scorso; mentre le forme, come impazzite, esaltate da questa improvvisa leggerezza, cambiano in continuazione.
P.P.S. Se pensate che stia mischiando Marx con Kant in maniera invereconda, e che mi sia avventurata in terreni troppo insidiosi per una mente giovane e inesperta come la mia, avete ragione. Ma per come stanno le cose, chi è che arriva a leggere questo post fino in fondo? Siamo seri.
martedì 17 gennaio 2012
Complicarsi la vita
Chi tra voi persegue insani propositi di autopubblicazione sarà contento di sapere che caricare un file pdf su una pagina web non è difficile come credevo. A dire il vero, non è nemmeno così facile da poterci arrivare da soli, esplorando a casaccio le potenzialità del proprio computer (no, aprire il file con Internet Explorer e copiare l'indirizzo non era la strada giusta). Io qualche settimana fa sarei stata felicissima di trovare su Internet una spiegazione comprensibile anche ai poveri idioti (ma forse digitavo le parole chiave sbagliate), per cui ora che possiedo la sapienza mi sembra giusto diffonderla. Basta rivolgersi a un magico sito di hosting (parola sconosciuta fino a una settimana fa) chiamato http://www.docstoc.com/ Cliccate su upload in alto, create un account, e seguendo le istruzioni caricate il file; ovvero mettete il vostro lavoro nelle mani di docstoc che benevolmente vi fornisce un link da copiare sulla vostra pagina web. Fatto.
Tutto bene? Tutto bene, ma rimane un dubbio: perché per pubblicare qualcosa sulla piattaforma Blogger mi devo rivolgere a un terzo, perdere tempo per capire come si fa, creare un nuovo account, leggere un'altra informativa sulla privacy e disperdere ulteriormente i miei dati personali? Se Blogger permette di caricare foto, che problema ci sarebbe a caricare documenti? Perché una complicazione così inutile in un mondo che ti semplifica la vita anche quando non ce ne sarebbe bisogno?
Bene, non credo che Blogger segua i consigli dei suoi utenti. Spero almeno che non li censuri per diffamazione (come osi sputare nel piatto in cui mangi?). Mi sembra più probabile che i gestori non si diano pena di leggere i milioni di blog di cui permettono l'esistenza (o forse sì, altrimenti come farebbero ad accorgersene quando qualcuno inneggia all'incesto o alla zoofilia?). Altri misteri. Sospetto vagamente che non sia una mancanza di zelo, ma siano in gioco interessi economici.
Ancora, se qualcuno sa qualcosa il suo intervento illuminante sarà gradito.
Tutto bene? Tutto bene, ma rimane un dubbio: perché per pubblicare qualcosa sulla piattaforma Blogger mi devo rivolgere a un terzo, perdere tempo per capire come si fa, creare un nuovo account, leggere un'altra informativa sulla privacy e disperdere ulteriormente i miei dati personali? Se Blogger permette di caricare foto, che problema ci sarebbe a caricare documenti? Perché una complicazione così inutile in un mondo che ti semplifica la vita anche quando non ce ne sarebbe bisogno?
Bene, non credo che Blogger segua i consigli dei suoi utenti. Spero almeno che non li censuri per diffamazione (come osi sputare nel piatto in cui mangi?). Mi sembra più probabile che i gestori non si diano pena di leggere i milioni di blog di cui permettono l'esistenza (o forse sì, altrimenti come farebbero ad accorgersene quando qualcuno inneggia all'incesto o alla zoofilia?). Altri misteri. Sospetto vagamente che non sia una mancanza di zelo, ma siano in gioco interessi economici.
Ancora, se qualcuno sa qualcosa il suo intervento illuminante sarà gradito.
mercoledì 30 novembre 2011
Tutto quello che non so sulla frizione (e non solo)
Adattando la mia mente alla logica perversa dei quiz, a metà settembre sono stata dichiarata idonea a esercitarmi nella guida (continuo a non capire il collegamento tra i due fatti, ma non posso negare che la cosa mi abbia fatto piacere). Ora,al di là di un'infinità di errori che continuo a fare per distrazione, il vero grande mistero del mio apprendistato automobilistico è la frizione. Continuo a lasciarla troppo in fretta, premerla troppo tardi, alzarla quando la dovrei abbassare e sono del tutto incapace di armonizzarla con l'acceleratore. Per quello che può servire, almeno ho trovato l'origine del problema: il fatto è che non ho capito fino in fondo cos'è la frizione. La associo allo schema trascendentale di "affare che stacca il motore dalle ruote (nel tempo, s'intende)"; in discesa capisco il suo comportamento, in salita assolutamente no (il punto d'innesto è un dogma). Insomma, mi hanno spiegato come devo usare il pedale e mi attengo meccanicamente alle istruzioni; ma siccome non so cosa sto facendo, confondersi è facilissimo.
Ora, questo problema specifico è dovuto alla mia condizione di classicista semianalfabeta in fisica. Però mi ha spinta a riflettere su una questione più generale. Cioè, mi sto chiedendo quanto siamo padroni della nostra vita.
Sessant'anni fa, se a mio nonno si rompeva la falce, lui capiva cos'era successo e sapeva ripararla. La sua vita si basava su strumenti che conosceva, che spesso aveva costruito lui stesso. Almeno nell'ambito del suo lavoro, era del tutto autosufficiente. Solo in casi fuori dalla norma delegava una parte della propria vita a un personaggio esterno che ne sapeva di più: il dottore per una malattia, l'avvocato per una causa.
Mio nonno ha studiato fino alla quinta elementare; io arriverò a laurearmi (almeno spero); eppure affiderò il mio lavoro e parte della mia vita a strumenti che non conosco. Tutti sappiamo navigare su Internet, usare programmi, scaricare musica, mandare messaggi in tempo reale, parlare con qualcuno che sta dall'altra parte del mondo; eppure pochi di noi sanno cosa c'è dietro tutto questo. Il traffico di dati, la memoria, le onde radio: tutti concetti piuttosto vaghi -per non parlare di tutto ciò di cui non sappiamo nemmeno l'esistenza. Quello che ci appare come nostro in realtà è costituito da una serie di codici che non controlliamo e non conosciamo. C'è chi si è aggiornato, riesce almeno a capire con cosa ha a che fare, a risolvere i problemi più comuni. Ma è ancora una minoranza. Noialtri quando qualcosa non va veniamo colti da crisi isteriche, ci sentiamo impossibilitati a controllare la nostra vita, tentiamo strade a caso dopodiché chiamiamo un tecnico informatico.
Ma forse a pensarci bene la nostra vita è tutta un delegare: i figli alla baby sitter, i genitori alla badante, la colonna vertebrale alla maestra di yoga, i peli all'estetista, la cena ai surgelati. Eppure è tutta roba nostra. Più il progresso avanza, più le conoscenze diventano specifiche, meno ci rendiamo conto di quello che ci circonda.
Insomma, proporrei di uscire da questo stato di minorità e prendere il controllo se non altro di quello che riguarda direttamente le nostre vite. Io per prima. Se qualcuno ad esempio commentasse spiegandomi cos'è la frizione avrebbe la mia gratitudine eterna.
Ora, questo problema specifico è dovuto alla mia condizione di classicista semianalfabeta in fisica. Però mi ha spinta a riflettere su una questione più generale. Cioè, mi sto chiedendo quanto siamo padroni della nostra vita.
Sessant'anni fa, se a mio nonno si rompeva la falce, lui capiva cos'era successo e sapeva ripararla. La sua vita si basava su strumenti che conosceva, che spesso aveva costruito lui stesso. Almeno nell'ambito del suo lavoro, era del tutto autosufficiente. Solo in casi fuori dalla norma delegava una parte della propria vita a un personaggio esterno che ne sapeva di più: il dottore per una malattia, l'avvocato per una causa.
Mio nonno ha studiato fino alla quinta elementare; io arriverò a laurearmi (almeno spero); eppure affiderò il mio lavoro e parte della mia vita a strumenti che non conosco. Tutti sappiamo navigare su Internet, usare programmi, scaricare musica, mandare messaggi in tempo reale, parlare con qualcuno che sta dall'altra parte del mondo; eppure pochi di noi sanno cosa c'è dietro tutto questo. Il traffico di dati, la memoria, le onde radio: tutti concetti piuttosto vaghi -per non parlare di tutto ciò di cui non sappiamo nemmeno l'esistenza. Quello che ci appare come nostro in realtà è costituito da una serie di codici che non controlliamo e non conosciamo. C'è chi si è aggiornato, riesce almeno a capire con cosa ha a che fare, a risolvere i problemi più comuni. Ma è ancora una minoranza. Noialtri quando qualcosa non va veniamo colti da crisi isteriche, ci sentiamo impossibilitati a controllare la nostra vita, tentiamo strade a caso dopodiché chiamiamo un tecnico informatico.
Ma forse a pensarci bene la nostra vita è tutta un delegare: i figli alla baby sitter, i genitori alla badante, la colonna vertebrale alla maestra di yoga, i peli all'estetista, la cena ai surgelati. Eppure è tutta roba nostra. Più il progresso avanza, più le conoscenze diventano specifiche, meno ci rendiamo conto di quello che ci circonda.
Insomma, proporrei di uscire da questo stato di minorità e prendere il controllo se non altro di quello che riguarda direttamente le nostre vite. Io per prima. Se qualcuno ad esempio commentasse spiegandomi cos'è la frizione avrebbe la mia gratitudine eterna.
mercoledì 19 ottobre 2011
L'esistenza non si nega a nessuno
In qualsiasi manuale scolastico, nella biografia di qualsiasi autore c'è sempre un paragrafo destinato a essere dimenticato più rapidamente e spensieratamente di qualsiasi altro: quello che elenca le opere giovanili. Insomma, gli esperimenti imbarazzanti, gli aborti letterari (o filosofici, o scientifici, dipende), gli scimmiottamenti di autori idolatrati, ma anche gli scritti in cui comincia a delinearsi una concezione originale. Roba che allo studente medio non si richiede per fortuna di conoscere, ma che serve agli specialisti per capire qualcosa di più dell'autore in questione. Lo stesso vale per gli scambi epistolari, per i diari, per i pensieri sparsi. Da dove sbucano fuori? Da qualche archivio suppongo, dai cassetti di parenti e amici, da una libreria di nicchia che conserva una delle poche copie di un'opera stampata senza successo. Non sono proprio a portata di mano, ma se uno vuole sa più o meno dove trovarli.
Bene. Ora immaginiamo che tra una settantina d'anni uno studioso voglia ricostruire la formazione di un personaggio che nel 2011 si affacciava al mondo e si sbracciava per farsi conoscere. Non credo che le cose saranno così lineari. Con ogni probabilità si perderà in una valanga di strade che conducono a tutto e a niente. Infatti proprio mentre scrivo queste parole il futuro genio in questione si sta sbracciando su Internet. Nonostante quanto stabiliscono le leggi sulla privacy e sui diritti d'autore, qui la differenza tra ciò che viene e ciò che non viene divulgato, tra pubblico e privato, non è affatto netta. Internet è la più grande pattumiera democratica della storia, dove chiunque può lanciare qualunque cosa, e tutti, senza aver superato nessun esame preventivo, possono esistere con pari dignità. Almeno in partenza. Col tempo saranno gli utenti (amici su Facebook, lettori di blog, curiosi a caccia di un'informazione introvabile, gente alla ricerca di quello che offri) a farti salire o a seppellirti in qualche angolino dell'etere, finché una parola chiave ostrogota inserita nel motore di ricerca non ti fa riemergere.
La rete si forma per accumulazione; non conosce criteri di selezione, se non le visite dei naviganti; e però quello che non ottiene successo non sparisce: fa volume. Esiste, perchè l'esistenza non si nega a nessuno; ma allo stesso tempo non esiste perché, a forza di non essere cercato, è diventato introvabile.
Ogni giorno si incrementa la massa di libere informazioni che si contraddicono, progetti abbandonati, elenchi di nomi sconosciuti, imbarazzanti elaborati di studenti messi in rete da insegnanti estasiati, emoticons sorridenti, forum di persone con lo stesso cognome, scambi di pareri sulle ragazze lituane, illeggibili tragedie ottocentesche digitalizzate. Un'enciclopedia spontanea di risposte a domande che nessuno porrà.
Un mondo ambivalente: da una parte narcisista -un modo per gridare: Io esisto!- dall'altra deferente e rispettoso: ogni contenuto che appare in rete sembra dire: Io ci sono. Chi vuole mi legga (gratis e senza impegno), chi non vuole mi ignori.
Lo spazio virtuale è illimitato. O no? Si può continuare ad accumulare all'infinito? Mi chiedo cosa ne sarà tra uno o due secoli dei prodotti della nostra mente. Forse ci saranno ancora, sepolti sotto pagine più recenti. Oppure l'etere se li sarà mangiati? Magari il nostro studioso non troverà niente sull'autore che sta studiando, ma in compenso scoprirà la bellezza della pittura sui sassi.

Bene. Ora immaginiamo che tra una settantina d'anni uno studioso voglia ricostruire la formazione di un personaggio che nel 2011 si affacciava al mondo e si sbracciava per farsi conoscere. Non credo che le cose saranno così lineari. Con ogni probabilità si perderà in una valanga di strade che conducono a tutto e a niente. Infatti proprio mentre scrivo queste parole il futuro genio in questione si sta sbracciando su Internet. Nonostante quanto stabiliscono le leggi sulla privacy e sui diritti d'autore, qui la differenza tra ciò che viene e ciò che non viene divulgato, tra pubblico e privato, non è affatto netta. Internet è la più grande pattumiera democratica della storia, dove chiunque può lanciare qualunque cosa, e tutti, senza aver superato nessun esame preventivo, possono esistere con pari dignità. Almeno in partenza. Col tempo saranno gli utenti (amici su Facebook, lettori di blog, curiosi a caccia di un'informazione introvabile, gente alla ricerca di quello che offri) a farti salire o a seppellirti in qualche angolino dell'etere, finché una parola chiave ostrogota inserita nel motore di ricerca non ti fa riemergere.
La rete si forma per accumulazione; non conosce criteri di selezione, se non le visite dei naviganti; e però quello che non ottiene successo non sparisce: fa volume. Esiste, perchè l'esistenza non si nega a nessuno; ma allo stesso tempo non esiste perché, a forza di non essere cercato, è diventato introvabile.
Ogni giorno si incrementa la massa di libere informazioni che si contraddicono, progetti abbandonati, elenchi di nomi sconosciuti, imbarazzanti elaborati di studenti messi in rete da insegnanti estasiati, emoticons sorridenti, forum di persone con lo stesso cognome, scambi di pareri sulle ragazze lituane, illeggibili tragedie ottocentesche digitalizzate. Un'enciclopedia spontanea di risposte a domande che nessuno porrà.
Un mondo ambivalente: da una parte narcisista -un modo per gridare: Io esisto!- dall'altra deferente e rispettoso: ogni contenuto che appare in rete sembra dire: Io ci sono. Chi vuole mi legga (gratis e senza impegno), chi non vuole mi ignori.
Lo spazio virtuale è illimitato. O no? Si può continuare ad accumulare all'infinito? Mi chiedo cosa ne sarà tra uno o due secoli dei prodotti della nostra mente. Forse ci saranno ancora, sepolti sotto pagine più recenti. Oppure l'etere se li sarà mangiati? Magari il nostro studioso non troverà niente sull'autore che sta studiando, ma in compenso scoprirà la bellezza della pittura sui sassi.
Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l'inutil tempo che si perde a giuoco,
e l'ozio lungo d'uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.
(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso canto 34)
P.S. L'idea di associare Ariosto alla nostra società non è mia. Lo dico per rispetto a chi ne sa più di me.
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